Fender e Tiramisu

Oggi l’atteggiamento nei riguardi del cibo risente della presenza di una pluralità di condizionamenti, che si sommano a quelli atavici, ineliminabili. Secondo una tesi, sostenuta ad es. da articoli pubblicati sul quotidiano statunitense Washington Post, esiste una correlazione tra la riduzione del “consumo” di musica e la crescita della partecipazione ad eventi dedicati alla enogastronomia. “… a differenza della musica, il cibo continua a garantire quel piacere sensuale che non può essere trasmesso per via digitale. Detto in altro modo, la musica la scarichi, un tiramisù lo assaggi, lo guardi, non si materializzerà mai dallo schermo di un computer. L’accesso digitale ha tolto fascino alla musica. Il cibo devi andartelo a scovare.” E, ancora, la cucina sarebbe l’ultima forma di regionalizzazione rimasta in un tempo in cui la rete ha cancellato i particolari…Negli Stati Uniti nel 2000 si vendevano 785 milioni di dischi, mentre nel 2012 sono stati 316 milioni. Contemporaneamente la spesa dei consumatori con meno di 25 anni in nuovi cibi o nuovi ristoranti  è cresciuta del 26%.  Dove prima ci si distingueva in dark, punk, emo, oggi si è vegani, onnivori, senza glutine. Come afferma Jonathan Gold, già noto critico musicale ed oggi apprezzato giornalista gastronomico : “ Non importa quanto sia attraente, o quanto ti faccia pagare, uno chef  usa ancora le mani. In anni in cui gli assoli di chitarra sono sempre più fuori moda, qualcuno deve pur fare qualcosa di fisico”.

Fonte: “Il Manifesto”, 31-08-13

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