Biologico 1

Il fatto di non “vedere” più il cibo nel suo farsi ci costringe a valutarlo non solo per il suo valore nutritivo, bensì per una serie di “valori aggiunti”: tipicità, rarità,  come un’altra merce qualunque. Tendiamo a pensare che sia più buono il cibo che ha un pedigree di vecchia data che lo lega ad una località, senza sapere che ben poche tra le tradizioni alimentari sono reali e documentate, la maggior parte essendo esagerate o del tutto inventate. Il crescere del numero di “passaggi” dalla produzione al consumo ha reso vieppiù difficile la conoscenza dei processi, sempre meno fisici e sempre più chimici, a cui viene sottoposto il cibo, e praticamente impossibile l’identificazione di soggetti e attori responsabili. Nello stesso tempo si diffonde la consapevolezza della necessità di trovare un punto di equilibrio tra esigenze di sviluppo e sopravvivenza della natura. Di questo contesto di preoccupazione ecologica fa parte la ricerca di prodotti “naturali”, di alimenti “biologici”, privi di conservanti e additivi. Si diffonde una responsabilità etica che tende a rifiutare l’inflazione di prodotti e messaggi e a cercare di andare al di là dell’apparenza dei prodotti, conoscere la storia, il processo produttivo, le caratteristiche. Per avere un’idea, pensiamo ad esempio che le sostanze chimiche, naturali o sintetizzate artificialmente,  presenti attualmente nell’ambiente in cui viviamo sono circa 4 milioni. Di queste circa 60.000 sono di uso corrente.

Esiste un legame tra noi e il territorio, così come tra noi e il tempo, tra noi e i cicli naturali. E’ quindi del tutto ragionevole pensare che l’organismo umano si sia abituato a mangiare i cavoli in inverno e le pesche in estate, l’uva in autunno e la bieta in primavera e che costituisca un’anomalia la consuetudine di consumare i frutti della terra fuori dalla stagione che è loro “propria”. E’ altrettanto ragionevole che il nostro organismo in qualche modo risenta di questa anomalia. Le verdure fuori stagione, e spesso quelle che vengono vendute come primizie, sono il risultato di tecniche di forzatura dei cicli vegetativi, e, anche se talvolta non è significativa la differenza in nutrienti, è evidente la differenza di sapore e spesso la presenza di residui delle sostanze chimiche necessarie alla crescita fuori tempo. Molti alimenti vegetali hanno un contenuto naturale di sostanze nocive per il nostro organismo, che diventa tollerabile solo nel momento di maturazione ottimale. E’ il caso dei pomodori, che contengono solanina, nociva per il fegato, che arriva quasi ad annullarsi al massimo della stagione calda, o gli spinaci, con nitrati che crescono nel caso di coltivazione in serra e fuori stagione. Uguale attenzione dovrebbe essere posta alle caratteristiche di prossimità, dato che è evidente come mentre la distanza tra il luogo di produzione e quello di consumo influisce sulla freschezza e sulle caratteristiche nutrizionali e di gusto, l’energia necessaria per il trasporto e la conservazione incide sul costo finale. Una considerazione che dovrebbe essere sempre presente: noi, in quanto organismi viventi, facciamo parte della natura e ritmi e consuetudini del nostro corpo sono legati al “dove” siamo e al “quando” siamo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...